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Osteoporosi nell’uomo

di Adolfo Puxeddu Professore Emerito di Medicina Interna, Università degli Studi di Perugia

L’ultima epidemia di peste in Italia (1656 /1657).
Dopo la peste del 1630 che ebbe a colpire duramente il Ducato di Milano, mirabilmente descritta da Alessandro Manzoni (Milano, 7 marzo 1785 – 22 maggio 1873) nei Promessi sposi e nella Colonna infame, una nuova, violenta epidemia si ebbe a verificare negli anni 1656 / 1657 in Italia.
Sebbene fossero trascorsi due decenni, le devastanti manifestazioni della pestilenza erano le medesime, perduravano ancora sulle cause del flagello le strampalate ipotesi astrologiche postulate dal celebre Don Ferrante manzoniano, così come l’azione degli ‘untori’ era ritenuta fondamentale nella diffusione della peste.
Non conoscendo le sue cause etiologiche, le cure degli appestati consistevano in salassi, unguenti e decotti di erbe i più strampalati.
D’altro canto anche l’abbigliamento dei medici, indossato per prevenire il contagio non aveva alcuna pratica utilità. In particolare l’abito del medico della peste, ben illustrato in una stampa di Paul Fürst, ‘Der Doctor Schnabel von Rom (1656)’. Charles de Lorme (Moulins, 1 gennaio – 31 dicembre 1678), Medico personale di Luigi XIII di Francia, nel 1619, realizzò un complesso indumento per proteggere i medici dal contagio della peste. Oltre alla maschera a forma di becco, -con due aperture per gli occhi protette da lenti di vetro, due buchi per la respirazione nasale, ed il grosso becco ricurvo [contenente sostanze profumate (fiori secchi, lavanda, timo, mirra, ambra, foglie di menta, canfora, fiori di garofano, aglio, spugne imbevute con l’aceto), ritenuto fondamentale per la prevenzione del flagello secondo la ‘dottrina miasmatico – umorale’, che allora andava per la maggiore]- , già precedentemente in uso a Roma ed a Venezia, il de Lorme ideò una cappa idrorepellente in tela cerata lunga fino ai piedi, comprensiva di guanti, scarpe e cappello a larga a tesa; inoltre una speciale canna consentiva al medico di ispezionare i pazienti, denudandoli senza toccarli, ed in caso di necessità anche come arma di difesa.

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Stampa di Paul Fürst, ‘Der Doctor Schnabel von Rom (1656)

Durante la pestilenza, a Genova, il padre cappuccino Maurizio Taxil da Tolone introdusse per combattere il contagio l’uso di sostanze chimiche imprecisate, così detti ‘profumi’, per disinfettare le abitazioni ammorbate; i frati impegnati in questa opera di bonifica vennero definiti ‘frati profumieri’.
L’unico rimedio valido contro la diffusione del flagello restava l’isolamento degli ammalati, anche se i lazzaretti erano dei luoghi che destavano terrore, per il loro caotico sovraffolamento ‘di languenti o di cadaveri confusi’ (Manzoni).
Proveniente dalla Spagna, nell’aprile 1655, la peste colpì la Sardegna; le popolazioni di Cagliari e di Sassari, rispettivamente ventimila e diecimila abitanti, vennero decimate, non risparmiando neanche le numerose truppe spagnole di stanza in Sardegna; queste erano presenti da circa un decennio per tenere sotto controllo i violenti contrasti della nobiltà Isolana con il Governo di Madrid, culminati il 21 luglio 1668 con l’assassinio del Vicerè di Sardegna, Don Manuel Gomez de los Lobos, Marchese di Camarassa.
Una nave da guerra infetta partita dal porto di Cagliari, via Civitavecchia, giunse a Napoli nel febbraio del 1656. Per l’incuria delle Autorità sanitarie, che non attuarono la quarantena, la peste si diffuse in maniera virulenta in Città nei mesi successivi tra una popolazione di oltre quattrocentocinquantamila abitanti in condizioni igieniche assai precarie, già profondamente provata dalla reazione dura e feroce del regime Spagnolo alla fallita rivolta (7 – 16 luglio 1647) di Masaniello (Tomaso Aniello d’Amalfi – Napoli, 29 giugno 1620 - 16 luglio 1647). I provvedimenti presi per contenere l’epidemia dal Vicerè Spagnolo, Don García de Avellaneda y Hado (1588 - 1670), Conte di Castrillo, furono criminosamente tardivi e parziali. Le pratiche religiose, processioni, preghiere collettive, per impetrare la Misericordia divina aumentarono d’altro canto a dismisura le occasioni di contagio. Il flagello interessò, a macchia d’olio, anche altre Città del Regno provocando centinaia di migliaia di morti; non mancarono atti di crudeltà disumana da parte delle folle inferocite a caccia di ‘untori’.
L’epidemia colpì anche Roma, Rieti, Terni, e Genova, con i loro territori limitrofi, per l’arrivo di soggetti infetti dal Napoletano, causando altre migliaia di decessi; una immane tragedia che perdurò per quasi due anni; l’epidemia andò infatti solo lentamente scemando.

La peste nel XX secolo.
Dopo secoli di devastanti epidemie, soltanto nel 1894 il medico svizzero francese Alexandre Yersin (Aubonne, 22 settembre 1863 – Nha Trang, 1 marzo 1943), contemporaneamente al giapponese Shibasaburo Kitasato (Oguni, 29 gennaio 1853 – Tokyo, 13 giugno 1931), scoprì, durante una epidemia di peste ad Hong Kong, che l’agente etiologico della malattia era il bacillo della peste (Pasteurella pestis), che verrà successivamente ribattezzato nel 1896 in suo onore Yersinia pestis, dai ricercatori Lehmann e Neumann.
La Yersinia pestis è un coccobacillo (microorganismo di forma ovalare, allungata, intermedia tra il cocco ed il bacillo) Gram-negativo (in vitro, con la metodica di Gram, fondamentale per distinguere i batteri, si colora in rosa, a differenza dei microbi Gram-positivi che mantengono il colore blu-violetto iniziale), appartenente alla famiglia delle Enterobactericeae, immobile, psicrofilo (o criofilo: che vive e si riproduce a temperature inferiori a 20 gradi Celsius). E’ un batterio patogeno per i mammiferi, tra cui l’uomo, ed alcune specie di uccelli.
La peste è essenzialmente una malattia del ratto grigio (Mus decumanus), molto prolifico e nuotatore per la presenza di membrane interdigitali; vive nel sottosuolo delle abitazioni, nelle fogne, nelle banchine dei porti. L’importanza della pulce, soprattutto la Xenopsilla cheopis, nella trasmissione della malattia dal ratto infetto all’uomo venne dimostrata in India nel 1898 da Paul-Louis Simond (Beaufort-sur-Gervanne, 30 luglio 1858 – Valence, 3 marzo 1947).
La trasmissione dell’Yersinia pestis dal ratto all’uomo, mediata dalla pulce, con conseguente insorgenza della peste, può essere pertanto così schematizzata:
1. Il ratto portatore della peste. 2. La pulce (Xenopsilla Cheopis) succhia il sangue del ratto infetto. 3. Nell’intestino della pulce si moltiplicano i batteri della Yersinia pestis, che si vanno a localizzare nel suo apparato buccale. 4. Una sua puntura inocula, attraverso la cute, la Yersinia nell’essere umano. 5. Il soggetto infetto contrae la peste.
Nella diffusione della infezione nell’uomo vi è anche un altro importante fattore, quello del contagio interumano, diretto nella ‘peste polmonare’, che avviene ad opera delle goccioline di Flügge proiettate nell’ambiente dai colpi di tosse, mentre una trasmissione indiretta nella ‘peste bubbonica’ è causata da biancheria ed oggetti di uso comune infetti.
Dopo un periodo di incubazione (2 – 7 gg), la malattia insorge acutamente con febbre elevata, cefalea, fotosensibilità, delirio, e si può estrinsecare con differenti quadri clinici.
Nella ‘peste polmonare’, con una localizzazione prevalente del bacillo ai polmoni, si manifesta con dispnea (affanno) ingravescente e cianosi (colorazione bluastra della pelle e delle mucose); se non tempestivamente curata insorge un Edema Polmonare Acuto (EPA) terminale.
Nella ‘peste bubbonica’ vi è un interessamento elettivo del sistema linfatico ascellare e inguinale, con tumefazione dei linfonodi (‘bubbone’), per una loro infiammazione acuta (adenite), a cui segue una loro colliquazione.
La forma clinica più aggressiva è la ‘peste setticemica’ per la propagazione del batterio nel torrente circolatorio, che comporta anche l’interessamento di più organi vitali, la così detta Sindrome da disfunzione multiorgano (MODS = Multiple Organ Dysfunction Syndrome), e, talora, l’insorgenza di una temibile Coagulazione Intravascolare Disseminata (CID), -con ecchimosi diffuse sull’intera superficie corporea, emorragie in organi interni, fenomeni trombotici (occlusione dei vasi sanguigni) delle estremità, con necrosi delle dita delle mani e dei piedi, che diventano nere, da cui il termine medioevale di ‘peste nera’- , che se non adeguatamente trattata conduce alla morte in poche ore.
La peste è ancora diffusa in quei Paesi con condizioni di scarso livello di igiene, in cui le abitazioni sono infestate da pulci e da ratti; la sistematica derattizzazione, unitamente alla disinfestazione dalle pulci delle aree rurali ed urbane, rappresenta un importante misura di prevenzione nella diffusione della peste. La peste endemica è assente in Europa ed in Australia. Nell’estate - autunno 2017 si è verificata una grave epidemia di peste nel Madagascar.
Sebbene non sia ancora disponibile un vaccino contro la peste, che dia una immunizzazione duratura, l’Yersinia pestis è assai sensibile a numerosi antibiotici (aminoglicosidici, fluorochinolonici, in particolare la levofloxacina), che hanno attualmente modificato in senso favorevole la prognosi della malattia, quando vengano somministrati precocemente all’insorgere della sintomatologia. Tassativo rimane l’isolamento degli ammalati per evitare ulteriori contagi!