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Osteoporosi nell’uomo

di Maurizio Mazzantini U.O. Reumatologia, Azienda Universitario-Ospedaliera di Pisa

Anche se può essere improprio parlare di una “Osteoporosi maschile”, dal momento che i meccanismi fisiopatologici sono sostanzialmente uguali e le terapia degli eventi fratturativi – chirurgica o farmacologica – è identica, è bene parlarne in modo specifico per crearne una maggiore consapevolezza nella classe medica e nella società. L’osteoporosi è più frequente nel sesso femminile per tre sostanziali ragioni: esiste una relazione stretta tra indice di massa corporea e densità scheletrica, la menopausa determina una accelerazione della perdita di osso, e infine le donne vivono in media 5 anni più degli uomini. La prevalenza dell’osteoporosi negli uomini dipende dalla definizione che diamo al problema: limitandoci ad una di queste, sappiamo che un uomo di età superiore ai 50 anni ha un rischio di subire una frattura del 13-25%. Circa un quarto di tutte le fratture da fragilità riguarda gli uomini. Sono oggi disponibili trattamenti efficaci nel ridurre l’incidenza di fratture: gli inibitori del riassorbimento osteoclastico (i bisfosfonati Alendronato, Risedronato e Zoledronato; ed il farmaco inibitore del RANKL, Denosumab) e uno stimolatore della neoproduzione ossea (il Teriparatide, cui presto si aggiungerà l’anticorpo monoclonale anti-Sclerostina, quest’ultimo in realtà dotato anche di un’importante azione di inibisione osteoclastica). La percentuale di soggetti trattati è tuttavia bassa. In questo senso, importante è la conoscenza dell’esistenza del problema, e l’attuazione di persorsi diagnostico terapeutici in grado di intercettare un maggior numero di pazienti con osteoporosi ed avviarli alla prevenzione primaria e secondaria delle fratture. Un esempio di tal genere è offerto dal Percorso Osteoporosi Maschile, nato dalla collaborazione tra le Unità Operative di Andrologia e Reumatologia della Azienda Universitario Ospedaliera Pisana.